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Intervista con Rexhep Mejdani, presidente dell’Albania

LE FRONTIERE DELLA GUERRA

    di ROBERTO ZICHITTELLA
    

   Famiglia Cristiana n.18 del 9-5-1999 - Home Page Il presidente dell’Albania Rexhep Mejdani è un uomo concreto. Per tutta la vita ha studiato e insegnato Fisica teoretica nelle università. Non ha certo l’aria di un visionario. Eppure Mejdani oggi confida di avere un sogno. Anzi, due. Quali sogni signor presidente? «Sogno di integrare l’Albania nell’Unione europea e nella Nato». Sempre pacato, gentile, senza gli slanci oratori del suo predecessore Berisha, Mejdani, segretario del Partito socialista, è presidente dell’Albania dal 1997. Dopo un lungo periodo di difficili turbolenze interne, ora il suo Paese si trova in prima linea nella guerra in corso nei Balcani e nell’assistenza ai profughi.
  • Presidente Mejdani, si può dire che oggi l’Albania è un Paese in guerra?

«Non mi sento in guerra. Non abbiamo dichiarato guerra a nessuno e in fondo quello che sta avvenendo nei Balcani non è una guerra vera e propria fra Stati. Si tratta di un conflitto tra la dittatura e la democrazia, tra il medioevo e la civilizzazione moderna, tra il passato e il futuro. E io sono convinto che vincerà l’avvenire democratico».

  • Eppure più volte i serbi hanno colpito le vostre zone di frontiera. Come vi comporterete di fronte a questi attacchi?

«Sì, gli attacchi nel nostro territorio ci sono stati e hanno provocato due morti e dodici feriti. Noi ci difenderemo, ma non vogliamo fare il gioco di Belgrado, che vuole solo provocarci per farci infine saltare i nervi».

  • Sul suolo albanese ci sono migliaia di soldati della Nato. Si può dire che ormai l’Albania è diventata, sul campo, membro della Nato?

«Entrare a far parte della Nato, così come dell’Unione europea, è un nostro sogno. Prima che questo sogno diventi realtà ci sono da soddisfare alcune condizioni: dobbiamo migliorare la nostra economia, la nostra democrazia, il nostro esercito. Comunque, in questo momento, siamo pronti a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta che ci possa arrivare dalla Nato».

  • Come giudica, in questo conflitto, il ruolo dell’Uck?

«Credo che il ruolo dell’Uck sia positivo. L’Uck è dalla parte della Nato e il suo impegno merita ammirazione perché questo esercito di liberazione è formato da giovani coraggiosi (l’età media è di 22 anni) che rischiano la loro vita per il bene dei kosovari».

  • Ma dietro l’Uck molti vedono il rischio di uno sviluppo del nazionalismo albanese. In Macedonia c’è chi pensa che l’Uck, dopo la guerra in Kosovo, possa portare i suoi attacchi in difesa degli albanesi che vivono in territorio macedone. Lei può rassicurare coloro che temono la nascita di una "grande Albania" proprio nel cuore dei Balcani?

«Questi sono solo argomenti di propaganda inventati dai macedoni e da altri. Io non ho mai pensato o creduto a una grande Albania e nessun politico albanese sostiene questa idea. Chi ragiona in termini di "grande Albania" ha la stessa mente malata di Milosevic, che pensa alla "grande Serbia". Noi non parliamo di grandi cose, abbiamo il senso dei nostri limiti e la volontà di vivere in modo pacifico con tutti i nostri vicini».

  • Ma lei come immagina il futuro del Kosovo e dei Balcani dopo questa guerra?

«Nei Balcani dovranno coesistere delle democrazie multietniche. Non accetteremo mai una spartizione del Kosovo perché questo significa aderire all’idea, cara a Belgrado, che possono esserci Stati etnici. Gli Stati etnici sono inaccettabili. In primo luogo bisogna realizzare il ritorno in Kosovo dei deportati, garantito da una presenza militare internazionale. In questa presenza internazionale dovrà esserci una componente politica (che assicuri la ricostruzione della vita istituzionale e amministrativa), una componente umanitaria (che aiuti la ricomposizione delle famiglie), una componente economica, che assicuri la ricostruzione dell’economia kosovara. Solo dopo aver realizzato questa presenza internazionale multipla, questa sorta di protettorato, si potrà lavorare per trovare una soluzione politica stabile».

  • Ma il ritorno in Kosovo dei deportati dovrà essere garantito dalla Nato oppure dall’Onu? E i russi che parte vi avranno?

«Sono d’accordo con il coinvolgimento della Russia, comunque credo che il rimpatrio dei deportati debba essere garantito dalla Nato. La Nato ha le strutture per fare questa operazione, è già sul territorio, non possiamo perdere altro tempo e far morire altra gente per allestire ulteriori interventi. Non c’è davvero tempo da perdere, altrimenti vincerà la pulizia etnica».

  • Il continuo arrivo di profughi kosovari in Albania che effetti sta producendo?

«La situazione è critica. In Albania abbiamo già 360.000 profughi e ogni giorno ne arrivano altri. Tutti sanno che i nostri mezzi sono limitati, ma devo lodare la solidarietà delle famiglie albanesi e la generosità della comunità internazionale. Solo per coprire i minimi bisogni alimentari ci vogliono ogni giorno 3 dollari per ogni profugo, ciò significa che ogni mese ci occorrono 33 milioni di dollari. È chiaro che una cifra simile va coperta con l’aiuto dell’intera comunità internazionale, magari attraverso quella specie di nuovo Piano Marshall di cui si parla».

  • Come giudica il ruolo dell’Italia nell’assistenza ai profughi?

«L’Italia sta facendo moltissimo. C’è stato un grande impegno non solo delle istituzioni ma anche dei cittadini comuni, delle città, delle organizzazioni di volontariato. È stato uno splendido esempio di solidarietà».

  • Ma gli italiani si sentono un po’ da soli in questo impegno di assistenza. Crede che gli altri Paesi potrebbero fare di più?

«Forse è stato così in un primo tempo, ora vedo che l’aiuto umanitario coinvolge molti Paesi e credo che il loro impegno sarà sempre più importante».

  • Più della metà dei profughi kosovari sono stati ospitati dalle famiglie albanesi. Lei si aspettava questa generosità?

«Lo spirito di solidarietà degli albanesi non è un fatto straordinario e ha sorpreso solo chi non lo conosceva. Durante la seconda guerra mondiale lo sperimentarono i soldati italiani, che proprio gli albanesi protessero dai nazisti».

  • I profughi fino a quando potranno resistere nei campi?

«Per l’estate non dovrebbero esserci problemi, ma sarà impossibile tenerli lì nelle tende anche il prossimo autunno e inverno. Si dovranno trovare altre soluzioni».

  • Che cosa farete per tutti quei bambini nei campi? Avranno almeno la possibilità di andare a scuola?

«Dalla fine di maggio cominceranno dei corsi estivi che dureranno tre mesi. Vogliamo utilizzare anche gli insegnanti kosovari che oggi vivono nei campi profughi. Faremo di tutto per coinvolgere i bambini in attività ricreative e culturali, ma avremo bisogno dell’aiuto dell’Unicef e di altre organizzazioni».

  • Quanto tempo ci vorrà per sanare le ferite di questo conflitto e per ristabilire nei Balcani un clima di pace e tolleranza?

«La nostra regione è avvelenata da odi e nazionalismi che io trovo incomprensibili. Eppure ci sono stati periodi di felice convivenza. Prima del 1989 io ho insegnato e vissuto a Pristina, ricordo che c’era grande equilibrio e rispetto tra le due comunità, erano numerosi anche i matrimoni misti. Poi è prevalso l’assurdo dogma dello Stato etnico. Credo che per ristabilire quell’equilibrio, perdonare e dimenticare ci vorrà molto tempo. Ma questo tempo sarà più breve se l’intera regione balcanica saprà svilupparsi dal punto di vista economico e democratico. È l’unica via di uscita».

Roberto Zichittella

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